Concorso internazionale

Giovedì 10 agosto

 

di Mariella Delfanti

 

 

Ultimi giorni di Festival e di passioni. I critici, si sa, hanno delle anime combattive e, uscendo dalle sale, si ha spesso l’impressione che non abbiano visto lo stesso film. Comunque, guardando le proposte della sezione più importante del Festival, ossia quella dedicata alla competizione internazionale, su alcune sembra essere stato raggiunto un unanime consenso, anche se argomentato in modo diverso. Tra le pellicole passate i primi giorni, una in particolare ha incontrato il favore di tutti. Si tratta di Lucky, di cui abbiamo già parlato. E, guarda caso, affronta quanto di meno alla moda e meno al centro dell’interesse cinematografico possa esistere: un novantenne che abita in una città nel mezzo del nulla, ai margini del deserto. È ateo, beve e fuma; è un personaggio solitario e abitudinario, che cerca la sua strada personale verso la realtà dell’essere in vita.

 

Un altra pellicola piaciuta molto ai critici – al pubblico non si sa, e non si saprà mai, perché è altamente improbabile che il film varchi i circuiti festivalieri –  è una specie di documentario su un fatto di cronaca di molti anni fa e sulle conseguenze che ha provocato. Nel 1946 un uomo bianco, razzista, in Alabama, uccide un uomo di colore e, come era nello spirito del tempo, nonostante sia condannato per omicidio, riesce a farla franca. Fin qui niente di nuovo, senonché l’omicida è anche il nonno del regista del film presentato a Locarno: Did you Wonder who Fired the Gun? Si tratta di Travis Wilkerson – anche sceneggiatore, produttore e voce narrante – che ricostruisce vicende insabbiate nella memoria, cancellate dai ricordi di famiglia, rimosse dagli archivi. Caparbiamente, schierato dalla parte della vittima, smentito da una delle sorelle che nel frattempo ha abbracciato un movimento razziale neosuprematista, Wilkerson va avanti nella sua ricerca attraverso i luoghi, in parte scomparsi, dove i fatti sono avvenuti e le persone – alcune reticenti, altre collaborative – che li hanno conosciuti. E parecchie sorprese vengono alla luce. A parte il valore documentario della ricostruzione e la pregnante ricontestualizzazione di un tema – il razzismo – che non cessa di far discutere, quello che sorprende e convince è la capacità di coinvolgere lo spettatore come se la storia fosse fiction, mentre si tratta di pochi documenti attinti a un repertorio di immagini assai limitato. Sono fotografie, filmini di famiglia, riprese sui luoghi, trascrizioni di lettere e una ripetuta pagina di segni grafici che si animano al ritmo di rap, accompagnando il racconto. Il lavoro sulla fotografia in sede di postproduzione, che rende corrusche le immagini e ne accentua le ombre, riporta il film nelle tradizionali atmosfere dei noir. Parallelamente alla storia poi, ci sono altre immagini tratte da alcune pellicole-mito di riferimento (Il buio oltre la siepe, e la recente Selma) sul tema del razzismo.

 

Un altro film da tenere d’occhio in vista del Palmares è la produzione sino-americana Qing Ting zhi yan Dragonfly Eyes, proiettato oggi pomeriggio, che sarà possibile rivedere l’11 e il 12 agosto a La Sala e al Palavideo.

Piazza Grande

Mercoledì 9 agosto

 

di Mariella Delfanti

 

La pioggia tropicale di ieri sera non ha scoraggiato gli irriducibili che hanno preferito seguire The Iceman di Felix Randau sotto la furia degli elementi, piuttosto che al riparo del Fevi. Una scelta perfettamente in sintonia con lo spirito del film, ambientato nello scenario selvaggio e solitario delle altitudini alpine dove la natura è la testimone indifferente e sovrana delle vicende umane. E, come c’era da aspettarsi dato che i fatti si immaginano avvenuti più di cinquemila anni fa, sono gli istinti primari ad occupare la scena: la sopravvivenza, in primis, ma anche le emozioni fondamentali come la paura, la rabbia e gli affetti. Il protagonista, Ötzi come il nome del reperto antropologico ritrovato negli anni Novanta sulle Alpi Venoste, capo-villaggio e protettore del tempio, si assenta per una battuta di caccia, per scoprire, al ritorno, che il suo villaggio è stato distrutto e i suoi famigliari uccisi, durante l’incursione di una tribù rivale. Da quel momento la vendetta è la preoccupazione che guida i suoi passi fino alla morte per ferita provocata da una freccia (come hanno dimostrato anche le analisi di laboratorio condotte sullo scheletro fossilizzato). Al di là della verosimiglianza o meno della ricostruzione, che costituisce la sostanza spettacolare del film, al regista premeva una riflessione sulla nostra sostanza in quanto uomini. E, malgrado quella registrata sia la tarda età della pietra, le reazioni emotive alla base delle azioni di quegli uomini primitivi, non sono poi così lontane dalle nostre. Significativo il fatto che il tutto venga raccontato sotto forma di suoni e in assenza di dialoghi comprensibili: la lingua usata è infatti un antico retico ricostruito. La violenza ancestrale che si manifesta sotto forma di saccheggio, stupri e vendetta la conosciamo purtroppo ancora dalle pagine dei giornali: magari sotto altre forme, ma ancora nella sua atrocità. Anzi forse il restituircela come arcaica necessità di sopravvivenza, piuttosto che come volontà di dominio, riesce almeno in parte a giustificarla.

 

Paesaggi indiani, questa sera, sullo schermo di Piazza Grande. The Song of Scorpions, di Anup Singh ci trasporta nel deserto del Rajastan. Nooran, una ragazza appartenente a una comunità tribale ha poteri taumaturgici che esplica attraverso il canto e la medicina delle erbe cui è stata introdotta dalla nonna, anch’essa cantante e guaritrice. Di lei si innamora ossessivamente Aadam, commerciante di cammelli, che sentendosi respinto mette in atto un piano di rivalsa per cercare di indurla all’amore. Il tutto si svolge in un mondo arcaico in quanto a usanze, e primitivo nelle reazioni, sullo sfondo di un paesaggio infinito.

 

Premio Raimondo Rezzonico a Michel Merkt e Premio Cinema Ticino a Esmé Sciaroni

Prima della proiezione del film sulla Piazza stasera saliranno il produttore indipendente Michel Merkt, ginevrino, e la truccatrice biaschese Esmé Sciaroni.

Al primo, il merito di aver prodotto, tra l’altro, il film candidato agli Oscar La mia vita da zucchina.  Suo anche The Song of Scorpions.

Esmé Sciaroni si è costruita una solida fama all’estero, come traduttrice, lavorando tra l’altro, con Gianni Amelio e in tutti i film di Silvio Soldini.

Piazza Grande

Martedì 7 agosto

 

di Mariella Delfanti

È stato un festival finora benedetto dalla meteo, perché la bolla africana che ci ha comunque strapazzato nella prima settimana, ha permesso delle visioni serali asciutte e una buona affluenza in Piazza Grande, con un picco di 7500 persone in prima serata, domenica, con il film di Francesca Comencini  sullo schermo. È ovvio che avere i film italiani nel weekend è un’ottima risorsa, quando ci sono, perché il problema in passato è sempre stato quello di averli, prima di Venezia e dopo Cannes.

 

Meno convincente è stata la scelta del film di ieri sera, Chien, del cineasta francese Samuel Benchetrit. La storia di un uomo che deve diventare simbolicamente cane, per riconquistare l’affetto della moglie e del figlio, è risultata piuttosto confusa sia nell’andamento cinematografico che nelle conclusioni. Malgrado l’attenzione stilistica dimostrata in un racconto tra surreale e grottesco con aperture poetiche, e il forte e importante tema scelto che è l’azzeramento dell’umanità di cui è intrisa la nostra cultura, il regista sembra aver messo troppa carne al fuoco. Con la conseguenza che anche questo è stato un film divisivo: chi vi ha letto una metafora potente e commovente della nostra condizione umana; chi – e siamo tra quelli – è rimasto perplesso sul significato metaforico della storia. Domanda: se per essere accettati e felici, quando si ha un animo di poeta come il protagonista, bisogna diventare cani, il messaggio non è di ribellione al sistema, ma di sottomissione alla sua logica. Morale: che prezzo siamo disposti a pagare, per raggiungere quella felicità che è altrove, non nei beni materiali ma nei sentimenti ecc.? Per quella felicità saremmo anche disposti a lasciarci umiliare e calpestare? O piuttosto la conclusione è una implicita critica alla disumanità di quanti si commuovono di più davanti a un cane che davanti a un cristiano? Ma allora perché, nel resto della pellicola, un tema trasversale è proprio il rispetto nei riguardi degli animali? Problematiche che ci sembrano cinematograficamente irrisolte.

 

Stasera in Piazza con Iceman, di Felix Randau, torneremo invece all’età della pietra con la storia rielaborata in forma narrativa di Öetzi, il reperto antropologico ritrovato nel ’91 sulle Alpi Venoste, al confine fra l’Italia e l’Austria. Il film ce lo presenta nei panni di un capo-villaggio, cacciatore e custode di un sacro simulacro, alle prese con tutte le problematiche della vita di cinquemila anni fa.

 

Settimana della critica

Affollatissima come sempre – per entrare a vedere la proposta di oggi al Kursaal ho fatto una coda di quarantacinque minuti e alla fine non sono entrata – , i documentari della selezione di quest’anno raccolgono, per qualità e interesse, un consenso unanime.

Mi metto nel coro dopo aver visto The Poetess, di Stéphanie Brockaus, Andreas Wolf. L’interesse della pellicola è innanzi tutto nella scelta del personaggio: la scrittrice saudita Hissa Hilal, oggi star televisiva nel mondo arabo, è diventata famosa per essersi piazzata al terzo posto in uno show televisivo sul format di X-Factor dedicato alla poesia, trasmesso negli Emirati arabi. L’aspetto eclatante della prestazione è il contesto in cui è avvenuta: una gara quasi esclusivamente al maschile, seguita da più di 70milioni di persone. L’altro motivo di sorpresa è che Hissa – che si faceva chiamare Remia, per garantirsi una forma di copertura – non solo, nei suoi poemi, attacca il patriarcato e l’arretratezza del mondo da cui proviene, ma denuncia la deriva estremista di noti predicatori e capi religiosi islamici. Lo fa – altro fatto sorprendente e sconcertante – indossando prima il burka, ossia il velo integrale e poi il niqab e professando la sua fede in un Islam moderato e lontano dalle rigidità degli integralisti.

 

Si replica mercoledì 9 | 8 | 2017 , alle 18:30, L’altra Sala

Piazza Grande

Lunedì 7 agosto

 

di Mariella Delfanti

 

Domenica, per la prima volta, è stata la sera dell’italiano in Piazza Grande, con il film di Francesca Comencini: Amori che non sanno stare al mondo.

Francesca che è figlia del grande Luigi che è nota per le sue prese di posizione politiche soprattutto nei documentari sui fatti del G8 di Genova e dell’Aquila, anche questa volta ha girato un film che divide. Non ci sono state vere polemiche, ma c’è chi ha fatto notare che la collocazione del film in prima serata non era la scelta giusta. Perché? Per delle scene piuttosto realistiche di sesso in un film che realistico non è e non vuole essere. E che sarà mai, sullo schermo ne abbiamo già viste di cotte e di crude! Ebbene no, qui c’è un elemento in più. Il sesso è tra due donne, una delle quali non è neppure lesbica. C’entrava, la scena, nell’economia del film? Sì e no. Sì, perché il discorso che fa Francesca Comencini sulle donne in questo film, vuole darne un’immagine di conquistata emancipazione. Claudia (una bravissima Lucia Mascino) è alle prese con la rielaborazione di una storia di amore che è durata sette anni e che si è conclusa con l’abbandono da parte del suo amato. Ma attenzione, non è affatto nello stato d’animo della sedotta e abbandonata, non è la vittima che agisce in lei, ma il bisogno di rilettura, la negazione del perché una storia a un certo punto finisce, la ribellione alla ricerca di un senso e di un perché. In realtà il suo amato di fronte a una relazione appagante ma troppo complicata, perché le donne – ci dice questo film – complicate lo sono, lui ha gettato la spugna. Ed è questo il punto di svolta contro cui si accanisce e si accapiglia la protagonista, in una accelerata, sgangherata, attività interiore furiosa di decostruzione e ricostruzione. Ma il film non è un dramma, è una commedia, ricca di humour e di vivacità, capace di raccontarci certi aspetti del femminile confuso, ma anche libero e determinato delle donne giovani di oggi, molto diverso dai cliché di certe perfette incarnazioni televisive.

Tornando al sesso omofilo, la scena sembra più girata con l’intento di dimostrare che sì, evviva, siamo moderni, possiamo sdoganare anche la sua versione cinematografica, che avere un senso nell’economia del film.

 

Stasera invece sullo schermo di Piazza Grande sarà la volta di Chien, di Samuel Benchetrit.

Un uomo che vive in una città del nord dell’Europa, un artista nell’animo, ma non di successo perde tutto nella vita e si ritrova a vivere nella degradante condizione di essere percepito e trattato come un cane. Alla fine però questa disumanizzazione lo porterà a vivere un’altra vita. Un film che parla della violenza di cui è intrisa la nostra società, in modo originale attraverso la storia di uno che, attraverso la sua disumanizzazione, riconquista una sorta di umanità.

 

Prima del film questa sera salirà sul palco, a ritirare il Pardo d’onore alla carriera, il regista, sceneggiatore e produttore Todd Haynes. Un figura innovativa, originale e controcorrente nel panorama della cinematografia statunitense, sia per il suo modo di reinventare il melo classico, con film come Far from Heaven o Carol, sia per la decostruzione delle tradizionali bio-pic con I’m not here, singolare reinterpretazione della carriera di Bob Dylan.

 

Foto:

Nella foto gli attori (Vincent Macaigne e Vanessa Paradis) e il regista (Samuel Benchetrit) di Chien.

Piazza Grande

Domenica 6 agosto

 

di Mariella Delfanti

Quando un grande attore sale sul palco, c’è sempre il sospetto che mentre parla, in realtà reciti; ma quando venerdì sera è stata la volta di Adrien Brody in Piazza Grande, dove ha ritirato Il Leopard Club Award, la commozione palpabile sul suo volto e nelle sue parole è stata come una scarica elettrica che ha illuminato migliaia di spettatori. Il tributo che ha voluto dedicare ai suoi genitori è non solo stata un’espressione legittima di riconoscenza, ma ha evocato per noi e per sempre le emozioni che ci ha trasmesso col Pianista, anche quello un implicito omaggio a generazioni che ci hanno dato la vita.

 

Sul palco di Piazza Grande è salito ieri un altro grande interprete, questa volta della contemporaneità: il regista e attore Mathieu Kassovitz. Premiato dall’Excellence Award Moët & Chandon, ha presentato il suo film Sparring, storia di un boxeur sulla quarantina e del suo fare i conti con le sconfitte della vita. Una rilettura intimista, grazie anche all’interpretazione di Kassovitz che è qui in veste anche di protagonista, di una storia raccontata mille volte sullo schermo, riletta con delicatezza, ma anche muscoli, in chiave crepuscolare.

 

Stasera in Piazza è atteso il film di Cristina Comencini, Amori che non sanno stare al mondo. Interpretata da Lucia Mascino (una delle mamme imperfette dell’omonima serie online) e Thomas Trabacchi (funzionario di polizia nella serie televisiva Non uccidere), è una commedia dolceamara sulla violenza dell’amore.

Al Festival, freneticamente

venerdì 4 agosto

di Mariella Delfanti

Nel frenetico accumularsi di proiezioni, ospiti e iniziative di questo festival partito, come si diceva, senza le fanfare, si rischia di appiattire e trascurare molte esperienze interessanti per mancanza di tempo. Bisogna decidere volta per volta tra le molte offerte nelle sale e i momenti più mondani. Ma i personaggi che sono finora sfilati sulla Piazza meritano assolutamente di essere seguiti. Ieri sera è stata la volta di due signore del cinema internazionale, Natassja Kinski e Fanny Ardant: due stili, carriere, personalità diverse ma entrambe con il ruggito del pardo nel sangue. L’Ardant era sul palco e sullo schermo con Lola Pater, film dedicato al problema di un transessuale, girato in maniera intimista, affidato soprattutto alla bravura dei suoi interpreti.

Di Natassja Kinski invece è passato oggi nelle sale il suo Cat People, remake dell’omonimo girato da Jacques Tourneur, appartenente alla Retrospettiva. La versione di Tourneur sarà proiettata nelle sale il 6 e il 9 agosto.

 

Concorso internazionale

Agli amanti del concorso segnaliamo il film che è passato oggi al Fevi e potete rivedere domani mattina alle ore 9.00 al Fevi, o il 6 alle ore 11.00 al Grand Rex.

È la storia un po’ comica, un po’ malinconica di una masnada di amici – quasi tutti piuttosto in là con gli anni – che si interrogano sul senso della vita in un qualche lembo di terra di nessuno tra l’Arizona, il Colorado il New Mexico o giù di lì. Un percorso affascinante tra grandi interrogativi alla ricerca dell’illuminazione e piccoli meticolosi riti quotidiani di sopravvivenza.

 

Piazza Grande

La serata si apre con una star di livello internazionale Adrien Brody (Il pianista) a cui sarà consegnato il Leopard Club Award. Di Brody di potrà prossimamente vedere nelle sale Il Pianista di Roman Polanski (il 5 agosto, alle 14.30 al Grand Rex) mentre La sottile linea rossa di Terrence Malick, è già passato.

Dopo la premiazione, due film: Drei Zinnen, di Jan Zabeil, e in seconda serata, Laissez Bronzer les cadavres, di Helène Cattet, Bruno Forzani.

Del secondo si dice che contiene alcune scene che potrebbero urtare la sensibiltà di alcuni spettatori, dunque non mi pronuncio.

Il primo invece si addentra con sottigliezza tra le relazioni famigliari, e lo fa nello scenario superbo delle Tre cime di Lavaredo. E la storia, da intimista, diventa epica.

Un’edizione importante, volutamente sottotono

giovedì 3 agosto

 

di Mariella Delfanti

Un’edizione importante – il settantesimo –, ma iniziata volutamente sottotono, questa del Festival che si è inaugurato ufficialmente ieri con i discorsi delle autorità al tradizionale ricevimento della Magistrale ed ha ruggito alla grande nelle sale con le offerte di questa edizione. Forse è stata proprio l’importanza della ricorrenza a suggerire prudenza: nessun tono celebrativo, dunque, e miracolosamente ancora nessuna polemica. Quelle di prima si sono placate, anche perché, alla resa dei conti, il nuovo fiammante Palacinema – sede davvero di prestigio –  sta collaudando le sue capacità in attesa dell’inaugurazione ufficiale che si terrà in autunno, con l’apertura di tre moderne ed efficienti sale cinematografiche.

 

Piazza Grande

Anche la scelta del film di apertura della Piazza ha seguito il “sottovoce” dell’edizione: un

piccolo film – Demain et tous les autres jours –, girato con lo sguardo originale che riconosciamo a Noémie Lvovsky (già Premio Variety Piazza Grande nel 2012), anche se meno coinvolgente di altri: storia di crescita di una bambina che, dovendo occuparsi di una madre nevrotica, è costretta a vivere una vita più grande di lei.

Anche il film della Piazza di stasera, Lola Pater, di Nadir Moknèche, è girato sulle note intimiste di una relazione tra un figlio e un padre che nel frattempo è diventato donna, interpretato da Fanny Ardant. Ed è la grande attrice francese tra gli invitati più prestigiosi di questa edizione: lei, musa di registi della Nouvelle Vague come Alain Resnais e François Truffaut, interprete di registi di film patrimonio della cinematografia mondiale come Michelangelo Antonioni, Franco Zeffirelli, François Ozon, Ettore Scola e poi Mario Martone, Paolo Sorrentino, sarà stasera sul grande schermo con la sua bellezza e le sue rughe, a raccontarci, come sempre ha fatto, la diversità.

 

Fuori concorso

Un edizione dicevamo, con pochi lustrini e un profilo serio che ha già buttato sul campo anche le grandi questioni politiche e umane che travagliano in nostro presente. Lo ha fatto con la proiezione in Piazza Grande del film Fuori Concorso di Sabine Gisiger Wilcommen in der Schweitz, (passerà anche il 4 alle 9.00 e il 5 alle 11.30 al Palacinema) dove già il titolo lascia presagire la presa di posizione della regista svizzera sulla spinosa questione relativa ai profughi nel nostro paese. Lo sguardo parte da un caso sollevato nel canton Argovia, ma ovviamente si allarga ai profughi di tutti i confini.

Ancora un film da segnalare, questa volta appartenente alla Settimana della critica: Las Cinéphilas (venerdì 4 al Kursaal, ore 11.00 e sabato 5 l’altra Sala, alle 13.30), dell’argentina Maria Alvarez.

La videocamera esplora il quotidiano di quattro anziane signore che hanno fatto della passione per la cinematografia l’occupazione della loro esistenza. Non si conoscono, abitano in differenti paesi del Sudamerica, ma ogni giorno si recano in sale per lo più semivuote e preferiscono al reale il mondo della fantasia. Inutile dire che le riprese, spesso sotto forma di interviste, entrano, come in un gioco di specchi, nelle vite private di queste persone, animate da una passione smodata, ma nutrita di solitudine e di tutte le cicatrici della vita. E questo modo retro di fruire del cinema suggerisce anche uno sguardo malinconico su un mondo e un passato che ci è sfuggito di mano senza che ce ne rendessimo conto.

venerdì 14 luglio

 

di Mariella Delfanti

 

Le parole del presidente Marco Solari

Questo è il festival dei lumi! Ha presentato così alla stampa, il 12 luglio scorso, con una definizione felice, la 70esima edizione del Locarno Festival, il suo presidente Marco Solari. Perché – ha ricordato ­– questo festival è nato nel 1946 come anti-ideologico, a differenza dei due che lo precedevano (Venezia e Mosca), espressioni, allora, del fascismo e del comunismo. Locarno fece da subito, della libertà e dell’autonomia, la sua bandiera e da allora non ha dovuto sottostare a condizionamenti di nessun genere, e ha continuato a difendere con coerenza i valori del secolo dei lumi. Ma il compiacimento per la fiducia delle istituzioni conquistata e la solidità raggiunta nell’essere to big to fail, non ci deve far abbassare la guardia nei confronti delle sfide del futuro – ha continuato Solari – soprattutto davanti alla rapidità con cui il digitale sta cambiando il mondo. A partire da quest’anno un consiglio dei giovani (Youth Advisory Board) assisterà la direzione con critiche e suggerimenti in merito alle strategie da seguire per coinvolgere maggiormente gli spettatori del futuro.

 

Le novità dell’edizione

Sono molte le novità di questa edizione che vedrà le infrastrutture destinate agli incontri e alle proiezioni, ampliate e rinnovate: dal Palazzo del cinema che aprirà finalmente i battenti alla sala storica del Rex completamente ristrutturata che si chiamerà GranRex.

Ma le sorprese più interessanti sono quelle presentate dal direttore artistico Carlo Chatrian. Segnaliamo solo alcune delle proposte della Piazza Grande da lui commentate.

Quest’anno sono i film francesi a conquistarsi il primo piano. Si comincia con Demain et tous les autres jours di Noémie Lvovsky, regista e attrice già ospite di Locarno, che ora interpreta il ruolo di una mamma con al fianco la figlia, una ragazzina che deve prendersi cura di lei. Un altro film francese ha Fanny Ardant come straordinaria interprete: Lola Pater, di Nadir Moknèche. Dalla Francia ancora Sparring, opera prima di Samuel Jouy, e anche omaggio a Mathieu Kassovitz, uno dei premiati di questa edizione, qui nei panni di un pugile non vincente, come simbolo di una classe media che fatica ad arrivare alla fine del mese. Mathieu Kassovitz si è talmente appassionato alla box che pare continui a praticarla. Da ultimo: Chien di Samuel Benchetrit: una commedia surreale tratta dall’omonimo libro scritto dal regista. Storia di un uomo un po’ allo sbando che accetta una serie di prove molte difficili pur di restare al fianco della sua compagna (Vanessa Paradis, anche lei ospite di Locarno).

La montagna sarà l’importante cornice di due film tedeschi: Drei Zinnendi un giovane regista di talento, Jan Zabeil, ci porta sulle Dolomiti per mettere in scena un dramma famigliare dove il più piccolo non è necessariamente il più debole; Iceman è un film di avventura girato in alta montagna che racconta la storia di Oetzi.

Molto atteso il film italiano di Francesca Comencini: Amori che non sanno stare al mondo. Una commedia pensata come un omaggio alle donne che soffrono per amore, ma sanno anche lottare con vigore.

La Svizzera e gli USA sono invece i protagonisti della seconda parte del festival.

Il grande schermo di Piazza Grande sarà lo sfondo ideale per The Song of Scorpions, girato in un deserto in India da Anup Singh (di nazionalità svizzera, ma di origine Sikh). Nel cast, uno dei più grandi attori indiani del  momento. Seguono due blockbuster americani: The Big Sick di Michael Showalter, l’evento dell’estate al box-office negli USA e Atomic Blonde di David Leitch. Il primo è la storia vera di una star di una sit-com (Silicon Valley) che ha deciso di raccontare la sua esperienza di pakistano che si innamora di un’americana e cerca di conciliare vita e lavoro. Nel secondo Charlize Theron è una spia che al posto della pistola usa i pugni.

La Piazza chiude in bellezza con un omaggio al Ticino: Gotthard – One life, One Soul, di Kevin Merz; una produzione ticinese piena di musica, dedicata alla band autoctona.

Sulla Piazza sfileranno anche i grandi premiati di questa edizione: un nome per tutti quello dell’indimenticabile interprete del film Il pianista, di Adrien Brody

 

La retrospettiva

Ritenuta giustamente uno dei gioielli della storia del festival, anche quest’anno si mantiene all’altezza della sua fama regalandoci Alain Tourneur, considerato un maestro del fantastico, autore di pietre miliari della storia del cinema, come Cat People (1942), The Leopard Man (1943), I Walked with a Zombie (1943).

Ci ha detto Carlo Chatrian

Abbiamo chiesto al direttore artistico se poteva segnalarci un percorso particolarmente interessante per la terza età. Ecco che cosa ci ha risposto:

«Io non credo che il mio compito sia indirizzare su alcuni titoli piuttosto che su altri. Ci sono delle correnti di fondo che attraversano il presente in diversi film – sia documentari che fiction – che guardano alle problematiche e alle situazioni più scottanti come i migranti e la questione della identità. Ma non siamo un festival tematico dunque sarà il pubblico a cercare i propri percorsi».