I corsi dell'Università della terza età (corsi UNI3)

I corsi dell’Università della terza età (corsi UNI3)

I corsi dell’UNI3 si prefiggono lo scopo di rendere partecipi dei progressi della cultura umanistica e scientifica un gran numero di persone, con alle spalle percorsi formativi e professionali diversi, e di offrire loro momenti di approfondimento culturale uniti a occasioni di socializzazione. Le attività promosse dall’UNI3 sono aperte a tutti, indipendentemente dall’età e dalla formazione scolastica, e si svolgono di pomeriggio, in momenti ritenuti favorevoli per le persone anziane. L’UNI3 del Cantone Ticino, fondata nel 1985, è membro della Federazione svizzera delle UNI3 (www.uni3.ch), riconosciute in ambito nazionale e internazionale come Università della Terza Età, ed è accreditata presso l’Università della Svizzera italiana (USI).

Da oltre 30 anni migliaia di soci ATTE seguono e apprezzano i corsi proposti dall’UNI3 nelle varie regioni del Cantone, attratti dalla scelta variegata di argomenti e temi di natura culturale (in genere ritenuti stimolanti e rispondenti alle aspettative di una vasta cerchia di persone), nonché dalla capacità didattica dei docenti di conciliare con efficacia l’approccio scientificamente rigoroso col tono divulgativo, mostrandosi sempre disponibili a rispondere a ogni domanda di chiarimento o di approfondimento. Oltre all’ampio uso di sussidi audiovisivi, le attività in aula sono talvolta combinate con visite guidate a musei, mostre,  ecc. o con escursioni culturali anche di più giorni.

Normalmente i temi sono sviluppati in cicli di due o quattro lezioni; incontri singoli vengono tenuti presso numerose sedi periferiche. Per l’organizzazione dei semestri (uno autunnale, l’altro primaverile), il direttore si avvale della collaborazione della Segreteria cantonale dell’ATTE (Monica Pini), nonché  dei responsabili e dei volontari locali. Il direttore dell’UNI3 presiede inoltre sia la Commissione direttiva (che detta l’indirizzo pedagogico dei corsi) sia la Commissione operativa (che si occupa del collegamento con le Sezioni).

SEMESTRE PRIMAVERILE 2017 – SALUTO DEL DIRETTORE G. Cereghetti

Semestre primaverile 2017 - Saluto del direttore

Non so: “due piccole alate paroline”

Nella presentazione del programma autunnale 2016 delle attività previste dall’UNI3, ho rivolto il mio primo saluto ai corsisti, sottolineando l’importanza di saper coltivare la facoltà dello stupore per mantenere viva la propria capacità di pensare. In apertura di questo nuovo fascicolo riguardante i corsi proposti per il semestre primaverile 2017 – caratterizzati da un’offerta ampia e non priva di qualche novità, che si spera venga accolta col consueto interesse – vorrei soffermarmi su due figure di intellettuali, cui dobbiamo degli insegnamenti che dovrebbero indurre chiunque a riflettere.

Incomincio da Wislawa Szymborska (1923-2012): durante la cerimonia di attribuzione del Premio Nobel per la Letteratura 1996, la poetessa polacca esprime considerazioni sulle quali vale la pena di soffermarsi. Interrogandosi sull’esistenza e sul significato di quell’impulso interiore che comunemente si chiama “ispirazione”, osserva: «[…] l’ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C’è, c’è stato e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall’ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Ci sono medici siffatti, ci sono pedagoghi siffatti, ci sono giardinieri siffatti e ancora un centinaio di altre professioni. Il loro lavoro può costituire un’incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficoltà e le sconfitte, la loro curiosità non viene meno. Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi. L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante “non so” […]». Sottolineando l’importanza di queste due “piccole e alate paroline”, aggiunge che né Isaak Newton né Marie Curie avrebbero fatto scoperte scientifiche fondamentali se non si fossero continuamente detti “non so”, se non avessero cercato di dare delle risposte, in realtà mai veramente definitive ma soltanto provvisorie, a una moltitudine di loro dubbi.

Simili considerazioni legittimano la chiamata in causa di un altro grande personaggio, lo statunitense Richard Feynman (1918-1988), pure premiato col Nobel nel 1965, non per la Letteratura bensì per la Fisica. Nel saggio intitolato Il piacere di scoprire (Adelphi, 2002), egli afferma: «Uno scienziato non può mai essere del tutto sicuro […]. Sappiamo che ogni nostra conoscenza è approssimata […]. Man mano che i dati sperimentali si accumulano, la probabilità che una certa ipotesi sia vera può aumentare o diminuire; ma non si ha mai l’assoluta certezza che le cose stiano in un modo o nell’altro. Abbiamo imparato che ciò è di straordinaria importanza per poter progredire. Se non ammettessimo il dubbio non vi sarebbe progresso. Non c’è apprendimento senza domande, e queste presuppongono il dubbio. […]». La libertà di dubitare, sostiene lo scienziato, è essenziale per lo sviluppo della scienza, ed è nata da una lotta secolare di cui – afferma – «simbolo e massimo campione è Galileo Galilei». E infatti, nel 1623, in un passo del Saggiatore, rifacendosi al fondamento paradossale del pensiero socratico sull’importanza del “sapere di non sapere”, Galileo acutamente annota: «Parmi d’aver per lunghe esperienze osservato, tale esser la condizione umana intorno alle cose intellettuali, che quanto altri meno ne intende e ne sa, tanto più risolutamente voglia discorrerne; e che, all’incontro, la moltitudine delle cose conosciute ed intese renda più lento ed irresoluto al sentenziare circa qualche novità».

Torniamo però a Szymborska e Feyman, l’una scritttrice, l’altro fisico nucleare: ambedue riflettono sul mistero del mondo in cui viviamo. Nel suo discorso di Stoccolma la poetessa osserva: «Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte a esso, […] qualunque cosa pensiamo di questo smisurato teatro, per cui abbiamo sì il biglietto d’ingresso, ma con una validità ridicolmente breve, limitata dalle due date categoriche, qualunque cosa ancora noi pensassimo di questo mondo, esso è stupefacente […]». Ed ecco Feynman annotare, nel saggio intitolato Il senso delle cose (Adelphi, 1999): «[…]. Che grande avventura contemplare l’universo, al di là dell’uomo, contemplare come sarebbe senza l’uomo, così com’è stato per quasi tutta la sua lunga storia, e quasi ovunque! Raggiungere finalmente questa visione obiettiva […] e poi puntare di nuovo la lente sull’uomo […]; guardare la vita come parte di questo profondo mistero universale, è un’esperienza rara ed esaltante. Solitamente si conclude in una risata, quando ci si arrende di fronte all’impossibilità di capire che cos’è mai questo atomo dell’universo, questa cosa – un atomo curioso – che guarda se stesso e si meraviglia della propria meraviglia. […]»

In queste frammentarie citazioni mi sembra si possa percepire una vicinanza di vedute rispetto al significato della conoscenza e al senso della ricerca: un atteggiamento etico che in qualche modo accomuna i due intellettuali e induce a pensare. Nelle loro considerazioni, che costituiscono un insegnamento stimolante per qualsiasi essere umano – in ogni stagione della vita – si coglie l’invito a essere intellettualmente curiosi, a cercare l’ispirazione, a interrogarsi sempre con spirito critico e motivazione. Né scorderei il suggerimento, implicito nelle loro parole, a guardare agli altri e al mondo con attenzione e modestia. Tutti noi dovremmo saper pronunciare spesso le due ”paroline alate” – non so – che implicano un’inclinazione dell’animo sensibile al desiderio di conoscenza, e consapevole delle proprie responsabilità sociali.

Giampaolo Cereghetti, direttore dei corsi UNI3