Saluto del Direttore

Cultura superflua o imprescindibile?

Come credo sia a tutti noto, per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, quest’anno il Premio Nobel per la letteratura (istituito nel 1901 col lascito di Alfred Nobel, l’industriale che inventò e produsse per primo la dinamite) non è stato assegnato, in conseguenza di uno scandalo per molestie sessuali che ha finito per coinvolgere l’Accademia svedese. Il riconoscimento per il 2018 sarà conferito insieme a quello per il 2019.
Il fatto, in sé poco edificante e d’interesse relativo, può comunque costituire un’occasione, sebbene piuttosto estemporanea, per proporre agli affezionati utenti della nostra UNI3 qualche considerazione e magari degli spunti di riflessione, suggeriti da un libro pubblicato alcuni anni fa (2010) dall’Editrice San Raffaele di Milano. Si tratta di una raccolta antologica, intitolata Tra scrittura e libertà, nella quale si raccolgono 38 significativi discorsi di accettazione dei Premi Nobel per la letteratura (da Anatole France,1921, a Herta Mueller, 2009), con particolare attenzione, come spiega la curatrice Daniela Padoan nella bella introduzione al volume, per coloro che «sembrano privilegiare un sentimento di responsabilità verso gli uomini». Sul significato dell’insieme dei discorsi proposti, Padoan formula un’ipotesi non priva di fascino: «Si potrebbe dire che lo stesso premio Nobel nasca dalla necessità di ammansire l’angoscia tra gli uomini».

I discorsi dei Nobel, in qualche modo, finiscono per raccontare la letteratura mondiale di oltre un secolo ed evidenziano il sentimento dominante, di epoca in epoca, tra gli intellettuali. Una lettura perciò non priva d’interesse (sebbene, va pur detto, non tutti gli scrittori più importanti siano stati premiati in Svezia), perché nei testi antologizzati si colgono parole “nutrienti”, che inducono a pensare: parole alte, talvolta addirittura vertiginose, mai troppo inamidate, poiché i Nobel vengono conferiti a chi “apporta benefici all’umanità”. Questi scrittori, rappresentando una moltitudine di realtà linguistiche e culturali, sottolineano e ci ricordano una cosa importante: la cultura non è e non deve rappresentare per l’umanità il superfluo, bensì l’imprescindibile.
Propongo qui alcuni brevissimi estratti di qualcuno degli interventi antologizzati:
«Se gli uomini agissero nel proprio interesse – il che non è, con l’eccezione di pochi virtuosi – l’intera specie umana coopererebbe. Non ci sarebbero più guerre» affermava nel 1950 il filosofo e scrittore gallese Bertrand Russel, autorevole esponente del movimento pacifista.
«[…] ho sempre creduto nell’uomo. Non ho mai perso la speranza.[…] devo dire agli uomini di buona volontà, ai lavoratori, ai poeti, che l’intero avvenire è racchiuso in quel verso di Rimbaud: solo con un’ardente pazienza conquisteremo la splendida città che darà luce, giustizia e dignità a tutti gli uomini», così il poeta cileno Pablo Neruda (1971).
«[…] il frastuono che ci circonda è violento, ma non ne siamo del tutto soggiogati. Siamo ancora capaci di pensare, di discernere, di sentire. Le attività più pure, più sottili, più alte non hanno capitolato davanti alla furia e all’insensatezza. Non ancora. I libri continuano a essere scritti e letti. Può essere più difficile raggiungere la mente turbinante di un lettore moderno, ma è possibile penetrare attraverso il rumore fino alla zona di quiete e, una volta là, scoprire che ci stava devotamente aspettando», così lo scrittore canadese Saul Belloow (1976).
«La letteratura impedisce che l’uomo si trasformi in una cosa» dice il poeta polacco Czeslaw Milosz (1980); su questa linea lo seguono il drammaturgo, poeta e scrittore nigeriano Wole Soyinka (1986), il messicano Octavio Paz (1990) poeta e saggista, e molti altri ancora.
Iosif Brodskij (1987), poeta russo fuggito dal regime sovietico, afferma: «[…] per uno che ha letto molto Dickens sparare su un proprio simile in nome di qualche idea è impresa un tantino più problematica che per uno che Dickens non l’ha letto mai […]. Quanto più ricca è l’esperienza estetica di un individuo, quanto più sicuro è il suo gusto, tanto più netta sarà la sua scelta morale e tanto più libero – anche se non necessariamente più felice – sarà lui stesso.».
Nadine Gordimer (2007), scrittrice sudafricana, ricorda come le parole siano un antidoto all’egoismo perché lo scrittore deve «saper entrare in altre vite» e avviare così un processo che spinge verso gli altri, scongiura i campanilismi autoprotettivi e nutre la democrazia, favorendo una maggiore libertà degli individui, una libertà che è fatta anche di parole.
Herta Müller (2009), scrittrice tedesca di origine rumena, afferma: «più parole possiamo prenderci, più siamo liberi».

La parola, dunque, come correttivo alle paure che attanagliano in maniera crescente anche le società occidentali, la libertà d’espressione come sprone al coraggio, alla giustizia, alla responsabilità e alla resistenza contro la tirannide e come antidoto rispetto a ogni forma di violenza.
Proprio alla parola nella sua forma più alta, alla poesia, affido il saluto del direttore dei corsi agli utenti abituali e nuovi dell’UNI3, con l’auspicio che il programma qui presentato incontri l’interesse di molti.
Si tratta di un testo di Wislalwa Szimborska (l’intellettuale polacca, vincitrice del Nobel nel 1996), intitolato Un appunto, che bene illustra lo stupore col quale la poetessa ha cercato di districarsi nel labirinto della vita.

La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;
essere un cane

o carezzarlo sul suo pelo caldo;
distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;
stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.
Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;
e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;
e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.

(da Attimo, 2002, Wislalwa Szimborska, trad. Pietro Marchesani)

Giampaolo Cereghetti, direttore UNI3